Studenti e Casi Umani / 6

Cari amici, care amiche e tutti gli altri, eccoci arrivati alla fine della carrellata di Casi Umani versione junior. Per alcuni sarà un sollievo. Dal prossimo post cambio argomento. Promesso. Certo, manca la versione senior, che ho già promesso di scrivere, quindi vi tediero’ ancora con queste cose, rassegnatevi.

  1. Il pavone. Quello che viene a scuola e controlla che tutti lo guardino, che attira l’attenzione, che non vuole per nulla al Mondo spostarsi dal suo cono di luce, per nessun motivo. Non fa la ruota solo perchè non ha la coda. Ma forse si sta attrezzando.
  2. Il morto di F. Quello che ci prova con qualunque cosa sia viva, agonizzante oppure inanimata. Quello che poi si stupisce che le ragazze alla sua vista rasentino i muri. Quello che tutte evitano come morte, colera e testimoni di Geova tutti insieme, facendo il giro dell’isolato o lanciandosi dalla tromba delle scale per non incrociarlo. Quello che poi si chiede stupito perchè sia solo. Domandati.
  3. L’esibizionista. Quello con il cavallo dei pantaloni giro ginocchia, con i boxer a vista. Quello che sai quante volte si cambia le mutande in una settimana. E che poi eviti perchè la risposta è una volta a settimana. E forse le gira pure. Il che mi ricorda quello studente con i boxer con scritto sull’elastico: “Follow me!”. Che è inquietante, ammettiamolo.
  4. Il biografo. Quello che chiede tutto della vita dei Professori. Quello che si infastidisce se non gli rispondi. Quello di cui hai anche un po’ paura perchè ti domandi se un giorno non te lo troverai sotto casa. Con due amici di quelli brutti, sporchi e cattivi (e cito).
  5. Il solitario. Quello che sta sempre da solo. Come i diamanti.
  6. Il colico. Quello che ha le coliche e deve scappare in bagno ogni tot minuti con regolarità. Ci si potrebbero sincronizzare gli orologi. Poi torna in classe e tergiversa prima di sederti, per poi informarti, finemente, che: “Prof, spetti un attimo. Mi brucia il c*lo. Già non sto bene, poi ‘sta carta igienica è come la carta vetrata!“. Perché non vogliono MAI mantenere un po’ di mistero? Che poi son dei lord inglesi, avete notato?
  7. L’apatico. Quello che ha la stessa reazione in qualunque situazione. Puoi dirgli che ha preso un brutto voto, che gli sta camminando sul braccio una tarantola, che la scuola va a fuoco, che fuori c’è Eva Longoria che lo aspetta per un viaggio esotico, la reazione sarà sempre la stessa. Almeno avrà un futuro come mimo al centro commerciale o troverà lavoro come meme di nuova generazione. Con la penuria di lavoro che c’è, buttalo via…

 

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Darwin si è fermato a Busto Arsizio*

Ci sono, in una scuola, molti tipi di studenti. Di seguito alcune tipologie (parte prima) :

  1. L’incontinente, che deve sempre andare in bagno ogni tre per due e ha la viscica di un criceto. Oppure quello che, alla risposta negativa circa la possibilità di andare in bagno, si avvicina al cestino e tira giù la zip. Poi ci ripensa, su insistenza delle donne presenti, che non vogliono avere incubi per settimane ed essere costrette ad andare da uno psicanalista. Sono traumi permanenti.
  2. Nannolo, ossia quello che dorme sul banco o appoggiato al muro. Poi c’è la variante in bilico sulla sedia, ma son rimasti in due. Incidenti di percorso.
  3. Pisolo. Lo studente che salta le lezioni perché : ‘Stavo facendo il riposino’.
  4. L’assenteista. Quello che non si sa neppure che faccia abbia, che difficilmente si palesa e che quando si presenta è attorniato da una luce celestiale con angeli, arcangeli e cherubini che si strappano i riccioli d’oro gridando al miracolo.
  5. L’assenteista seriale, che il martedi’ non viene a scuola perché : ‘Non mi piacciono i martedi’ “. Sapevo di gente che non amava i lunedi’, ma il martedi’, francamente, mi mancava.
  6. Il paretofilo, innamorato del muro, che fissa intensamente. Ci sono storie d’amore inespicabili. D’altra parte, come feticisti, c’è di peggio. E uno che si lecca le scarpe a scuola farebbe strano.
  7. Il lanciatore piazzato. Quello che tira le cose. Ogni tipo di cosa (dalle bottigliette d’acqua alle gomme da masticare, dalle gomme per cancellare alle penne, dalle palline ai fazzoletti, ecc.), tentando anche, quando non ha di meglio da fare, di centrare il cestino con palline di carta. Siccome la maggior parte delle volte non ce la fa (dal fondo della classe è un tiro difficile, dai, su!), la volta che ci riesce si pavoneggia con gli amici e la racconta al bar per mesi, dicendo che il cestino aveva il diametro di venti centimetri, che era ubicato a trenta metri, che poteva puntare solo quando il Professore non guardava e che la luce si rifletteva maligna sui banchi.
  8. Il bradipo. Quello che è lento in qualunque cosa faccia. Che si sveglia alle cinque di mattina come minimo, si trascina verso il bagno verso le sei, fa colazione alle sette, arriva a scuola alle otto e mezza, ma impiega quarantacinque minuti buoni per salire le scale (ci sono i gradini, non è facile). Variante è il lettore-bradipo, che per leggere due righe impiega i mesi, gli anni e i secoli, che legge cosi’ piano che cambiano le stagioni prima che finisca, che gli altri non solo si sono diplomati, ma si son fatti una famiglia e i suoi nuovi compagni sono i loro figli, che farebbe perdere la pazienza a un bonzo tibetano e che finora non è stato fulminato da qualche divinità solo perchè han smesso di curarsene dopo dieci minuti. Loro possono. Beate loro.
  9. L’artista. Lo studente che sente il bisogno impellente di costruire areoplanini o origami con biglietti della metro, fogli, post-it, fotocopie, cartine delle merendine, cartine tornasole, pacchetti vuoti di sigarette e stagnola dell’ovetto Kinder. La variante, ma crediamo sia stata una parentesi stagionale, è ridurre la carta in divertenti e allegri pezzettini che verso Natale potevano sembrare neve, a Carnevale coriandoli, ma che con Pasqua c’entrano poco. Per quanto riguarda gli origami, forse una vocina nella sua testa gli ha suggerito di creare un milione di gru per poter esprimere un desiderio. Vorremmo dirgli che quella vocina non esiste davvero.
  10. Lo studente bio. Lo studente che non ha alcun materiale didattico, di nessun tipo. Quello che viene a scuola liscio. Al naturale. Senza nessuna aggiunta.

* Per capire di che luogo si tratti: 

AdV: 3 maggio 2010

Andata:
In una vita precedente ero un serial killer. Non vedo altra spiegazione plausibile. E non credo alla trasmigrazione delle anime.
Arrivo in stazione per prendere il treno delle 08.49 e c’è una fila chilometrica perché oggi ci sono da rinnovare gli abbonamenti e la situazione è aggravata dal fatto che le FS del Veneto si sono prese l’ennesima multa per mancato servizio. Il che implica che gli abbonamenti successivi al mese incriminato (aprile), avranno una tariffa di favore, previa presentazione dell’abbonamento precedente. Ergo, lungaggini.
In treno comincio a fare le mie cose, ma ben presto mi arriva in testa una manata. Letteralmente. Mi volto ed alzo lo sguardo, sapendo già che si tratta di un bambino. Errore. Era una bambina. Non ho scampo: attiro animali e bambini. Mi rassegno al fatto che mi si sieda di fianco e onde evitare che faccia più danni del previsto, le do’ un foglio per scarabocchiare. Intavolo una conversazione: ‘Mi dici come ti chiami, che scrivo il tuo nome?’, lei: ‘(nome impronunciabile, con molte ‘shi’)’, io: ‘Ehm, no. Disegnamo’. Continua a chiedermi di disegnarle una palla. Mi scappa un ‘Ti piacciono le palle, eh?’. Risate delle vicine di corridoio, che sono delle dilettanti e ci fissano. Confido nel fatto che, se dovesse esistere una qualche divinità benevola, lei, la sorellina e la mamma dovrebbero scendere tutte a breve. Più facile vincere alla lotteria senza giocare. Fortunatamente salgono due giovani universitari ed io penso (spero) che desisterà. Invece la presenza estranea la galvanizza e le mette anche fame. Si mangia una brioche, le cade, la riprende, la appoggia sulla mensolina del finestrino e la addenta. Non contenta stacca uno dei copri sedile e se lo mette in bocca. Delle due cose, l’una: o adesso ha degli anticorpi di un chilo, oppure a quest’ora è morta e sepolta. Mi sembrava coriacea però. Cerco di minacciarla, di distrarla e di fingere di fare altro. Non funziona. Anzi, adesso mi morde anche un polso. Che fortuna! Mi ci voleva proprio un po’ di bava di bambino per cominciare bene la giornata. Arriva in mio soccorso la madre, la quale ha in braccio una neonata e non gode di una grande libertà di movimento. Solidarietà dei miei vicini di sedile, i quali, quando lei è distratta, fanno sedere un loro amico nell’unico posto rimasto vuoto. Sarà finita? No. Altra manata. Stacca di nuovo i copri sedile e me li tira. Li requisisco. ‘E adesso?’. Mi sputa in faccia. Aveva ragione la ragazza: ‘Io non la sfiderei…’. Sberla della madre e lacrimoni. Per due minuti. Siamo a Mestre e scendono. Ma prima di scendere…altra manata! Mi assicuro che scenda davvero, non si sa mai.
Regna di nuovo la calma e gli universitari ne approfittano per lamentarsi dei loro professori. Lo facevo anch’io, ci mancherebbe. Uno è disperato (frequenta lo IUAV) perché deve studiare cento pagine. Stupore del compagno (di Economia) perché lui di pagine ne deve studiare seicento (?!). La ragazza è scesa a Mestre e sarebbe stata anche una presenza piacevole se si fosse tolta il manico di scopa da quel posto ben noto e avesse abbozzato di tanto in tanto un mezzo sorriso. Ma non si puo’ pretendere.

AdV: 28 aprile 2010

Andata

Dovevo prendere il treno delle 14.03, invece riesco a salire su quello delle 13.35, correndo come una pazza, con tanto di valigia e biglietto da obliterare. Applausi. Trovo posto a sedere e infilo la valigia tra una coppia di sedili e l’altra. Quando rialzo lo sguardo, incrocio quello di due ragazzine, che mi fissano da dietro l’immancabile occhiale-mosca. Forse accucciandomi hanno visto parte del mio deretano e sono rimaste per questo a bocca aperta. Spettacolo penoso. E invece no. Non che non sia uno spettacolo penoso, s’intende, ma non hanno visto niente perché poi, una volta arrivata, ho fatto le prove davanti allo specchio. Durante il viaggio, mentre leggo, sento la conversazione di un paio, forse tre, ragazzi delle superiori, nella tratta tra Lancenigo e Mogliano. Parlano in inglese: «How old are you?» dice uno. Ma non hanno la stessa età? Non sono in classe insieme? «». Non capisco. «You are young!» esclama il primo. «Forever young!», insiste il secondo. L’importante è crederci. Devo scendere a Mestre e un paio di turiste (tedesche?) si preparano come me alla discesa. Parlottano tra loro e un signore tenta di attaccare bottone prima in tedesco (non capisco), poi in inglese (capisco, ma a ben guardare preferivo ignorare): «Siete qui in vacanza?» chiede lui. «Si» risponde una, mentre l’altra aggiunge «Spero!» (risatine corali) «Ah, per questo ridete?» (risatine e cenni del capo) «Altrimenti piangereste!». Silenzio inquietante.
Mentre aspetto di prendere la coincidenza per Milano, sul marciapiede un bambino gioca a rincorrere i piccioni. La caccia al piccione. Il piccione nelle stazioni è una sorta di attrazione turistica perché ce ne sono di tante categorie: quello spennato, quello senza artigli, quello che si fionda su qualunque cosa si stia mangiando o anche solo scartando, quello che amoreggia, quella che non fila nessuno, ecc. Il mio preferito è il piccione lebbroso, ossia quello che è malato, sommariamente spiumato, cammina sui moncherini e ha bisogno di affetto. Io non ne ho, che si rassegnino. Cerco di concentrarmi su altro, ma non riesco neppure a pensare. Il ripetitivo passaggio di messaggi pubblicitari sui monitor è irritante. A mio avviso, ottengono l’effetto contrario: non lo comprerò mai e non lo voglio più sentir nominare. Oltretutto ricordo a memoria le parole, ma non il nome del prodotto. Qualcuno lo dica ai pubblicitari.
Quando salgo nell’Eurostar delle 15.02 mi arriva una zaffata di detergente. Per essere pulito, il posto è sicuramente pulito e lo si vede anche dalle chiazze di bagnato per terra. Ovviamente il vagone è vuoto, ma il mio posto è inesorabilmente occupato. Sospiro e mi siedo a caso, tanto c’è posto. Un po’ di pace. Per due minuti. Una ragazza (spagnola?) mi chiede di spostare cortesemente la valigia perché vorrebbe metterci il suo contrabbasso. Sono impressionata dalla mole. L’amore per la musica non ha limiti. Mentre sto per spostare la valigia un signore mi informa che ho occupato il suo posto. Reclamo quindi il mio perché di certo non posso fare una via crucis da qui a Milano. L’occupante, una turista orientale, in inglese mi spiega che vorrebbe stare vicino al suo amico / fidanzato. Ottimo. Chi sono io per dividere una coppia felice? Peccato che il posto sia quello di mezzo tra due sedili e senza braccioli. Mi auto-convinco del fatto che, visto che il treno è davvero semivuoto, per la legge delle probabilità, è difficile che abbiano venduto il posto esterno dei tre, lasciandone altri vuoti. Mi siedo quindi esternamente. A Vicenza sale una signora che mi fissa perché ho evidentemente occupato il suo sedile. Anche lei si siede a caso, sospirando: ‘Vabbé, per ora mi sistemo qui!’. Meno male. Vorrei sapere in base a quale principio se si acquistano due posti si ha la matematica certezza che non saranno contigui. Il programma informatico delle FS deve essere un sadico senza amici.
Il mio vicino, il signore di prima, è un pittore (o uno scultore) con tanto di basco e calzino bianco. Cerco di sbirciare le sue opere, ma mi dovrei girare completamente e non vorrei che mi scoprisse a curiosare (metaforicamente). Scopro anche un’altra categoria di viaggiatore: quello senza biglietto che percorre il vagone fingendosi occupato e parlando al telefono. Purtroppo per lui non funziona, però l’idea era buona. Andiamo in bagno. Anzi no. Rinuncio perché è indecente e siamo solo tra Vicenza e Desenzano. Il vagone è semivuoto e ho visto solo una ragazza andare in bagno. Non serve chiamare il RIS di Parma per conoscere il colpevole. Comincio davvero a credere nell’equivalenza: eleganza e accuratezza nel vestire = mancanza totale di igiene.

AdV: 27 aprile 2010

Andata

Mentre aspetto il solito treno per Venezia, osservo la gente. Davanti a me un signore estremamente fine si soffia il naso senza fazzoletto. Ricaduta sui binari. Di prima mattina non è un bel vedere. Nessuno batte ciglio. Le cose sono due: o sono tutti ancora nella fase REM oppure ci si abitua davvero a tutto. Una volta mi si è seduta di fronte una donna che si limava le unghie, si metteva lo smalto e si truccava. Complimenti perché io avrei sbavato di qua e di là, senza ritegno. Un’altra volta un signore aveva deciso di tagliarsi le unghie in treno con il tronchesino. L’ultima è stata una ragazza, che doveva incontrare il fidanzato / marito (come ho visto dopo), e che ha pensato bene di lavarsi i denti. Fin qui, niente da dire. Precisa era precisa: spazzolava, beveva, sputava, spazzolava, beveva e sputava. Peccato che l’acqua fosse sempre la stessa. Io, nei panni del fidanzato, avrei voluto sapere se quell’acqua era servita anche a qualcos’altro. Qualcuno dica loro che le stesse cose si possono fare anche a casa, in una stanza familiarmente chiamata bagno, senza che sia necessario un pubblico. Altrimenti c’è sempre l’amico chewing-gum…

Oggi ho compagnia, quindi passo il tempo a parlare. Salta agli occhi tuttavia una giovane donna che deve aver messo i jeans della sorellina, tanto sono attillati. Temo cada per terra svenuta, poi spero non lo faccia sui binari perché siamo in orario. Sale in treno e mi rendo conto che le si vede distintamente una parte cospicua del sedere. Un tocco di finezza. La cosa curiosa è che queste donne cercano di essere seducenti, ottenendo l’esatto contrario. La giovane è in buona compagnia, visto che sono tornati di moda gli orrendi e odiatissimi (da me) fuseaux, adesso ribattezzati leggins. Il mio compagno di viaggio si chiede che tipo di microclima ci sia lì sotto. Don’t ask. Meglio mantenere un po’ di mistero.

Ritorno

Prendo il treno delle 17.04. Due giovani davanti a me si sbaciucchiano teneramente. Ah, la primavera! Scopro che fanno parte di una scolaresca delle superiori. Domani hanno cinque (?!) interrogazioni. Dall’altra parte del corridoio chiedono cosa si debba studiare per l’interrogazione di italiano. La risposta di uno dei due fidanzati è: ‘Abbiamo letto degli estratti dei “Rusteghi”. Tu basta che leggi le schede.’. Mi chiedo perché l’insegnante abbia perso tutto quel tempo inutilmente, se tanto c’erano le schede. Evinco dalla conversazione che sono andati a vedere la casa di Goldoni. Invece della solita Basilica di San Marco e dei musei annessi e connessi, mi sembra un’idea alternativa. Dall’altra parte del corridoio, la solita voce chiede alcune delucidazioni: ‘Ma di chi era il palazzo che abbiamo visto?’. Appunto. Riparlano delle interrogazioni e si lamentano del fatto che alcuni compagni (evidentemente non abbastanza vicini da sentire) si sono ritirati all’ultimo minuto (i vigliacchi!) dalle interrogazioni programmate. Mi ricorda quando andavo io al Liceo. Mi alzo, recupero le mie cose e aspetto in piedi di uscire. Sono all’altezza di alcuni sedili, quando mi sento osservata. Paranoia? No, effettivamente due ragazzine (del gruppo di prima?) mi guardano e si danno di gomito, sghignazzando. Fisso prima l’una, poi l’altra. Imbarazzo, il loro. Lo rifanno. Stesso teatrino: le fisso di nuovo, stavolta con più insistenza. Rossore generale. In altre occasioni avrei chiesto una cosa del tipo: ‘Qualche problema? Ti ricordo tua madre? Assomiglio a qualcuno? Ho due teste?’, ma sono stanca di essere aggressiva e soprattutto non ho voglia di litigare. So già cosa avrebbero risposto: ‘Chiii? Noooi? Ma fiiiguuuuurati!’. Mentono tutti. È anche vero che sono paranoica e visto che passo il tempo a osservare la gente, penso che anche gli altri facciano lo stesso. Scendo pensando di aver qualcosa di particolarmente ridicolo. La patta aperta? No. I capelli? No. Ho lasciato la bottiglietta aperta e cola l’acqua dalla borsa? Mi è già capitato un paio di volte. Infatti adesso la chiudo in un sacchetto, che infilo in un altro sacchetto, all’interno di una borsa che avvolge il tutto. Non è neppure questo. So di non essere in ciabatte e non mi resta che l’insalata tra i denti, ma non ho aperto bocca. Ho finito le possibilità. Mi convinco che mi trovassero particolarmente bella. L’importante è crederci.