Darwin & hypo(thetical) evolution / parte seconda

Continua la carrellata dei Casi Umani. Ne ho scritti circa una settantina. Questa cosa andrà avanti per un po’. Rassegnatevi. Al limite ripassate a trovarmi tra un mesetto circa, quando li avro’ esauriti. O loro avranno esaurito me. Vedremo chi vincerà.

  1. Lo scusante. Lo studente che non ha fatto i compiti per i motivi più disparati. Categoria estremamente diffusa, lo scusante arriva a resuscitare e far morire parenti a piacimento, fingere malesseri gravissimi che possono arrivare a peste e colera nello stesso giorno; incolpare amici, parenti e conoscenti di aver preso il suo quaderno per farne usi vari e disparati (tipo la nonna che prende il quaderno come supporto per scrivere la ricetta di una torta e poi se ne appropria indebitamente); giocare la carta del «Ero assente» perchè nell’era digitale diventa complesso contattare qualcuno per sapere se l’insegnante abbia dato dei compiti; dire di non averli capiti anche se si tratta di inserire in frasi precostituite il verbo essere e avere, con tanto di specchietto sovrastante; affermare che l’insegnante si sia inventato dei compiti immaginari. Ma non sarebbe più logico che un docente, dovendo immaginare qualcosa per forza, scegliesse un soggetto più interessante?? Tipo una villa con parco o una vacanza al mare, piuttosto dell’esercizio numero 4 a pagina 16?? Dai, sul serio! Non è credibile!
  2. Il piccolo chimico. Quello che, avendo creato una montagnola di briciole di carta e preso in giro dall’insegnante, risponde in maniera curiosa. Professore: «X, se sfreghi una penna sul maglione, sai che i pezzetti si sollevano? Si chiama carica elettrostatica.» e lui, pronto, ci prova. Prende la penna, la sfrega sul maglione e appoggia il maglione sui pezzettini, dicendo, sconsolato: «Ma guardi! Non funziona!». Forse perchè dovevi usare la penna?
  3. Il giocatore. Quello che di nascosto gioca con il cellulare a una partita di qualcosa, ma che quando perde impreca ad alta voce o si agita quando sbaglia, facendoci sapere come sta andando il suo match. Interessante.
  4. Il plateale. Lo studente che sbadiglia facendoci sapere come stanno le sue tonsille. Ogni due minuti. Ancora un po’ e gli faccio un check up completo.
  5. La volpe. Lo studente che durante una lezione, alla domanda: «Cosa stai facendo?», risponde: «Sto ricopiando il libro di testo». Alla successiva attonita domanda: «Perchè?», risponde: «Per la tesina. Perchè se è scritta a mano, non si capisce che l’ho copiata!». L’insegnante lo guarda e gli fa notare: «Scusa, ma chi è che ti corregge la tesina?» e lui, pronto (perchè questa la sa): «Lei!». Ecco. Fatti due conti. Torno tra un po’, eh? Fai con calma.
  6. Il sovversivo. Lo studente a cui viene dato il compito di timbrare i fogli e che non deve fare altro che separare i fogli, timbrarli e formare dei pacchetti da dieci. Il sovversivo pero’ non ci sta e per continuare la protesta nei confronti di un sistema che giudica oppressivo e opprimente, decide di timbrarli al contrario. L’unica spiegazione. Oppure non sa neanche timbrare.
  7. L’elfo di Babbo Natale. Lo studente che ruba i regali finti da sotto l’albero di Natale finto e poi li regala ai Professori, a turno, affermando con il sorriso: «Guardi, è vuoto, ma è il pensiero che conta, no?». No.
  8. Lo smemorato. Lo studente che non si ricorda a che ora siano le lezioni oppure che entra in classe e vedendo tutti separati esclama: “Ma c’è compito oggi? Ma quando l’ha detto??”. Una settimana fa, quando ho anche dettato gli argomenti e quando TU – si’, proprio tu, grandissimo pi**a – hai detto: “Nooo!! Prof, ma è troppa roba!! Non ce la faro’ MAI a studiarla tutta!!”. Vedo che hai mantenuto la parola.
  9. Lo stordito. Lo studente che, dopo un compito, chiede, stupito: ‘Ma di che materia era?’. Il che ci fa capire che l’hai fatto veramente bene. Cosi’ ti vogliamo: sempre bello concentrato!
  10. Il cocci(ut)o. Lo studente che, alla quindicesima volta che l’insegnante pone la stessa domanda, ancora non sa rispondere. Non vuol dare soddisfazione.
  11. Il cantante. Quello che è talmente felice di venire a scuola che canta canzoni prese da repertori diversi. Da Non sono una signora di Loredana Berté, a Don Raffaé, a Certe notti di Ligabue, a Sul cappello, noto canto alpino, a vari cori da stadio, a Nuvolari di Lucio Dalla, alla Vecchia fattoria con tanto di versi di animali, alla meno nota Sotto questo sole dei Ladri di Biciclette, per arrivare al momento mistico-religioso della classica Ave Maria o di Andrò a vederla un dì. Proprio di questi giorni una novità: la corale. La canzone è partita spontaneamente dal fondo della classe, con un sacrilego e scorretto “Susanna, eh! Susanna, eh!“, in un crescendo, per finire con tutta la classe che, con le mani alzate e vibranti, cantava a squarciagola sulle note della più nota canzone religiosa. Ecco, ad un certo punto uno è quasi tentato di dire una cosa tipo: E adesso, cari fratelli, il canto 2 a pagina 10 del libretto“. Ma si trattiene.

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