Isn’t it lovely?

Ieri sera la gente mi sembrava un po’ strana. Son salita nella metro e alla fermata seguente mi si è seduto di fianco uno. Vagone semi-vuoto, eravamo in cinque-sei. C’era posto per sdraiarsi e dormire o per farci pascolare le renne, ma si sa che il posto del vicino è sempre più verde. In questo caso: beige. Ad un certo punto mi rendo conto che mi sta fissando. A un trenta centimetri al massimo. Mi viene un po’ d’ansia.  Mi dico che assomiglio ad una parente morta o alla sorella, forse gli ricordo una del suo paese esotico oppure gli piace il mio profumo e mi vuol chiedere la marca oppure (e ho finito le possibilità), fa il chirurgo estetico e mi vorrebbe come paziente perchè una cosa cosi’, no, no, davvero, non l’ha mai vista, cioè si’, ma dopo un incidente grave o quella volta del corpo che era finito nell’impastatrice e la gente chiedeva se ce n’era ancora di quel pane buono buono con la pancetta croccantella. E a chi pensa che stia esagerando e che fare i biscottini con la gente non sia proprio possibile, ricordo la Leonarda Cianciulli che oltre al sapone, con le persone ci faceva dei pasticcini tanto buoni che le chiedevan le ricette. E me la immagino che risponde: “Sai, Mariuccia, il problema non è tanto il procedimento, sono più gli ingredienti quelli difficili da trovare…“.

Cambio linea, mi metto nella prima carrozza e va tutto bene finchè non devo scendere. Ora, ci son tre porte:

  1. prima porta: non utilizzabile per signora anziana che parla e si prende a schiaffi da sola. Non ho molta voglia di avvicinarmi e neanche il resto del vagone, che ha formato una sorta di cordone di sicurezza di un due metri di diametro, che, nell’economia compatta di un vagone, è decisamente ampio.
  2. seconda porta: non utilizzabile per signore piuttosto in carne, con tanto di carrello per la spesa che ha già litigato con quelli che volevano scendere alla fermata precedente e non si è spostato. Comincio a credere che ci sia un raduno o una commemorazione per Franco Basaglia.
  3. terza porta: unica utilizzabile. Mi rimane questa o uscire dal finestrino, che consiste in un’apertura di circa venti centimetri, da cui potrei solo far passare un braccio e sventolare un fazzolettino bianco per chiedere aiuto.

E mentre mi dirigo verso la salvezza, mi trovo a tu per tu con il simpatico canterino del momento, che si sgola sulle note di Isn’t she lovely di Stevie Wonder. Di cui sentivo la mancanza.

Penso di aver ricevuto la mia dose di stranezze per la serata, invece no. Prendo la scala mobile e uno mi si incolla alla schiena. Vabbé. Salgo un gradino. Mi sta sempre incollato. Vabbé. Salgo un altro gradino e mi giro con sguardo feroce ed eloquente: “Prova ad alzare quella gamba per avvicinarti e te la spezzo“. Mi sorride. E capisco che devo assolutamente fare due cose: la prima è cambiare profumo e la seconda è lavorare sul mio sguardo assassino che, non capisco perchè, viene preso per uno sguardo amichevole, tipo: “Prova ad avvicinarti, lo apprezzo“. E continuo a chiedermi che problema abbia la gente stasera. Forse esiste un qualche tipo di codice vestimentario che non conosco? Tipo: berretto rosso = donna disperata e sola che cerca qualcuno, va bene tutto e paga lei la cena, astenersi perditempo? Mi libero del tipo camminando più velocemente verso l’uscita e per poco non mi ammazzo sul pavimento bagnato. Cerco l’origine del piccolo rigagnolo dal colore sospetto e scopro che si tratta della pipi di un bambino che, per la cronaca, non aveva ancora finito. Bene, dico, bella idea. Mi mancava solo di scivolare su delle deiezioni infantili per migliorare la serata. A ben guardare avrebbe risolto il problema del profumo… Quello che non capisco è perchè, con un bagno pubblico a cinque metri (non di più), la madre pensa bene che sia meglio far far pipi alla sua creatura negli angoli bui della metropolitana, con il fratellino che fa da vedetta nel caso arrivi qualcuno. Cosa che funziona benissimo. Il ragazzino ha un futuro.

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