Suorine a Roma / 6

Il problema del rientro serale. 
Quando si va in vacanza, di solito, è per fare quello che si vuole, per stare rilassati e per non avere nessuno che ci stressa, possibilmente con una bibita/cocktail in una mano, stravaccati al sole, perdendo la cognizione del tempo. Se poi ci fosse Alberto Angela che mi agita un ventaglio di fianco e George Clooney che mi spalma la crema solare, sarebbe meglio, ma non si puo’ pretendere.
Quindi, se cercate tutto questo (tranne Alberto e George, che sono una mia fantasia…) non andate dalle suorine. Tornerete a casa non solo con lo stesso stress di quando siete arrivati, ma ci sarà una iniezione di stress aggiuntivo e un repentino ed inspiegabile desiderio di sapere se il sangue suorinico, una volta rappreso, funziona come quello di San Gennaro. Io capisco che queste probabilmente tra una preghiera, un rosario e una messa, magari si annoino, ma queste si son fatte sempre i fatti nostri. Sempre. Costantemente. Avevo paura che mi chiedessero, nascoste dietro la porta del bagno, se fossi regolare o se mi servisse l’Activia. Magari invitando anche la Marcuzzi. 
Al mio arrivo ho subito il terzo grado: chi ero, chi non ero, di chi ero amica, se conoscevo Tizio o Caio, dove avevo trovato il loro recapito, da dove venivo, dove andavo, se avevo una soluzione per la questione palestinese e se si’ quale, ecc. Una buona mezz’ora di domande incalzanti. Come la polizia, ma con il rosario e molto più cattive. Poi, ogni volta che uscivamo, chiedevano: dove andate, cosa fate, con chi andate, mi raccomando di non parlare con gente strana (più di Lei? La vedo dura…), state attente quando attraversate la strada (no, guardi, attravero le strisce senza guardare…mi diverto cosi’!), ecc. 
Una sera decidiamo, dopo cena e verso le 20, di andare a prendere un gelato. Usciamo e le troviamo tutte e quattro acquattate nell’ombra che si godono la frescura, come predotori pronti a saltarti alla gola. Passiamo salutando. Salutano. Siamo quasi al cancello, pensiamo di essere in salvo, quando la superiora ci apostrofa: 
– Dove andate a quest’ora di notte?? (ma che fuso orario ha nel cervello??)
– A prendere un gelato. 
– Un gelato a quest’ora?? (tipo che per mangiare un gelato ci sono orari fissi??) Dove?? 
– In via Tot (non mi ricordo più il nome, ma era a cinque minuti a piedi, due traverse più in là). 
– Ah, prendete l’autobus? (per far 500 m?? Faccio prima camminando sulle mani…)
–  No, no, andiamo a piedi, cosi’ facciamo anche una passeggiata… 
– A quest’ora??? Per strada???
Segue sdegno collettivo e elenco dei pericoli che avremmo incontrato e della gente che è pericolosa e cattiva e che non era il caso e come ci veniva in mente, che era meglio stare da loro (no, no, meglio rischiare…), che era più sicuro, che il gelato lo potevamo prendere quando c’era la luce (che c’era ancora, prima che iniziassero a parlare…) e via di seguito. Mia sorella mi guarda con sguardo da: ‘Perchè non hai detto che prendevamo l’autobus???’ A posteriori, son capaci tutti. Penserete che esageri. No, no. Sto minimizzando. Che poi uno dice: ho più di trentanni (lo so, non li dimostro, è difficile da credere, ma guardi, guardi, c’è scritto anche sulla carta d’identità…), avro’ un minimo di maturità, ti pare? Secondo loro no. Ora, come disse mia sorella: ‘Son peggio di mamma, queste qua! Preferisco tornare a casa!’. In effetti, non avrei saputo come darle torto. 
Nella prossima ed ultima puntata : considerazioni finali.
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