Grecia: notte all’ospedale

Vado ad un festa a casa di amiche spagnole. Si beve, si scherza, si ride. Il solito. L’unico altro italiano alla festa era un tipo che a me non piaceva neanche un po’. Comunque beve per tutto il tempo (un rachi locale, fatto in casa, con cui, probabilmente pulivano i vetri) e beve anche di più quando andiamo in un locale. Troppa musica, troppo casino, decido di tornare a casa, ché sono stanca. Mentre sto salutando una ragazza spagnola, vedo il tipo italiano e gli urlo che vado a casa. Annuisce con il capo. Io continuo a parlare con la spagnola e vedo il tipo che cade lungo disteso davanti ai miei piedi. Letteralmente. Sulle prime penso ad una manifestazione di affetto, ma poi capisco che non è verosimile. ‘Bon’, mi dico, ‘è ora di andare.’ e mentre sto tentando di guadagnare l’uscita, le spagnole si agitano. Moltissimo. In due o tre lo si porta fuori. Io cerco sempre di svicolare. Mi dicono di cercare di parlargli. Sembra svenuto. Io lo metterei a letto e arrivederci. Gli altri invece insistono, tranne un paio, per portarlo in ospedale. Vabbé. ‘Vieni anche tu!’ e io penso: ‘Io?? Perchè io??’ Gli ospedali mi mettono angoscia e poi, sinceramente non mi sembra grave, ha anche vomitato. Si, ok, sembra svenuto, ma respira. Si, ok, non parla, ma magari è solo timidezza. Si, ok, sono l’unica italiana qui, ma parla benissimo inglese. Si, ok, ok, è che non mi sta tanto simpatico, tutto qua. Va bene, va bene, sto camminando! Arrivo, arrivo… Penserete che sia una persona cattiva. Magari è anche vero.
Alla fine andiamo in ospedale, l’infermiera (non il dottore, che, in Grecia, fa parte di quelle creature mitologiche, che, si dice, potrebbero morire alla sola vista di un paziente) lo mette sotto salina e ci dice che deve fare due flebo e di chiamarla quando è finita la prima o se ci sembra che la situazione cambi in qualche modo. Nel mentre arriva il resto delle spagnole, una delle quali, nel tragitto, si è storta una caviglia. Nel giro qualcuno portava male. Dopo che è stata medicata, loro vanno a casa. Io resto con la creatura. Restano, momentaneamente, due francesi, poi una dei due cade dal sonno e se ne vuole andare a casa, cercando di convincere anche noi. Io dico che resto, metti mai che serva qualcosa e metti mai che debba avvertire qualcuno a casa. Rimaniamo io ed un altro. Ad un certo punto, arriva un ragazzo greco, ubriaco, che viene affiancato alla creatura. Mi vede (è cosciente per un po’) e comincia a chiamarmi: ‘Kopela, kopela…’, dico che non capisco il greco, per levarmelo un attimo. E quello: ‘Where are you from? How old are you? Are you a student?’ Rispondo per gentilezza, ma già mi sono un po’ innervosita. A quel punto butta il carico da dodici e se ne esce con un: ‘You are beautiful!’ E qui capisci che si è bevuto una damigiana di ouzo come minimo. Poi la domanda fondamentale, indicando la creatura lunga distesa ed immobile da ore, sul lettino di fianco: ‘Is he your boyfriend?’ E prima che io riesca a dire una cosa tipo: ‘Ma manco se fosse l’ultimo uomo sulla Terra, ma manco se la specie umana fosse a rischio estinzione, ma manco sotto LSD, ma manco se avessi subito una lobotomia, ma manco in sogno, ma manco morta!’ Perchè il concetto fosse chiaro. Dicevo, prima che io riesca a dire qualcosa, vedo, con la coda dell’occhio la mano della creatura che si alza (Usti! Allora è vivo! Sono quasi contenta), si chiude lasciando fuori un dito (l’indice, maligni!) e lo scuote a destra e sinistra in segno di diniego. Immaginatevi la scena: ragazzo-finto-morto-semi-comatoso disteso sul lettino, con la flebo infilata nel braccio, che, senza aprire gli occhi, fa segno di no con la mano sinistra appena al di sopra del lenzuolo. E io che penso: ‘Parliamo da mezz’ora e tu hai deciso di intervenire adesso? Tra l’altro, non vuoi smettere di respirare per un dieci minuti, solo per vedere un sorriso sulle mie labbra?’ Il Francese, dall’altra parte del letto è talmente piegato dalle risate che penso che si soffochi. A quel punto penso seriamente di creare una bolla d’aria nella sua flebo, ma ci son troppi testimoni e desisto. Il mattino dopo, verso le 6 o le 7, l’infermiera ci dice che possiamo portarlo a casa. Lo svegliamo, riesce a camminare, andiamo verso casa. Lui davanti e noi due dietro. Cammina veloce, entra in casa, chiude la porta. Io e il francese ci guardiamo allibiti. Fammi capire: ti abbiamo portato in ospedale, siamo stati con te tutta la notte a vedere come stavi, non abbiamo dormito e tu neanche un porca miseria di ‘Oh, grazie mille, ragazzi!’ Ma va’ al diavolo! La prossima volta che stai male noleggio un trattore e ti passo sopra!
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