AdV: areoporti (2)

Lo scorso Natale torno dalla Francia in aereo. Aspetto che passi la mia valigia, insieme al cadavere del mio peggior nemico. No, quella è un’altra storia. Aspetta, aspetta, aspetta, non arriva niente. Il nastro si ferma e rimaniamo in cinque o sei a guardare sconsolati il nastro. Ecco. Si sa che puo’ capitare, ma in un volo europeo diretto, ti chiedi come diamine sia possibile. Andiamo tutti, con sottofondo multietnico perchè è iniziato un rosario di bestemmie in varie lingue, verso il Lost & Found. La signorina è amabile e soprattutto educata come una muta di cani rabbiosi. Arriva il mio turno.
– Buongiorno!
– Che tipo di valigia ha perso? (Buongiorno anche lei, eh?)
– Un trolley, molto grande, di circa…
– Qui ci sono le immagini con le misure. Qual’è?
– Nessuna di queste, per le misure assomiglia a questa, ma non è rigida.
– (grugnito di assenso) Colore?
– Blu scuro. Poi ha dei nastri colorati…
– (mi ignora) Per forza è scuro, altrimenti sarebbe azzurro. (e qui sei già ben innervosita) Ha il cartellino? (annuisco) A che indirizzo deve essere mandata?
– Alla mia residenza.
– Documento di identità. (Per favore non si usa più??) Questo è l’indirizzo?
– Si’, è la mia residenza.
– Che poi si chiama domicilio.
– No (e qui penso seriamente di sfondare il vetro)! Quella è la mia residenza. Il mio domicilio è in Francia, ma non c’entra niente.
– (sospira e mi guarda come se fossi scema) Dove le portiamo, allora, la valigia?
– All’indirizzo della carta d’identità.
– Basta che si decida.
Ho deciso di passarmi dodici anni in galera, solo per il gusto di farti del male, va bene?? Respiro, conto fino a trenta, mi recito un pezzo di Divina Commedia, visualizzo un lago azzurro (anzi, fan*ulo! Blu scuro!), ma serve a poco. Intanto quella mi chiede altre informazioni. Rispondo cercando di non dare a vedere che vorrei piantarle delle puntine da disegno sulle unghie. Alla fine, mi informo (recitando il Codice da Vinci al contrario sperando che compaia Satana e se la porti via): ‘Scusi, ma tra quanto tempo si potrà sapere qualcosa?‘, lei, sbuffando: ‘Non lo so!‘ E lo sapro’ io, allora! ‘Questo è il numero (me lo passa) lo chiami tra tre-quattro giorni.‘. Cioè, in realtà, la risposta alla mia domanda era: ‘Di solito ci vogliono 3-4 giorni, le do’ il numero da chiamare’. Non era difficile. Alla fine mi dà una ricevuta. ‘Ecco!’ Io, per sicurezza: ‘Siamo a posto cosi’?‘, lei, molto seccata, mentre fa cenno al cliente successivo di avvicinarsi: ‘Si’. Io pero’ insisto: ‘Ah, no, scusi, è che sa, sono abituata in Francia. La gente è educata e saluta alla fine. Anche all’inizio a dir la verità. Ma vabbé. (mi ignora) Comunque le auguro di passare delle buone feste, in compagnia di chi la ama. (pausa) O comunque delle buone feste. Arrivederci!‘ Lei mi ignora bellamente e finge di non aver sentito, scrivendo qualcosa. Guardo la collega, di fianco, che mi guarda e sospira facendo spallucce. Se è cosi’ a Natale, figuriamoci il resto dell’anno.
La signora davanti a me, che aveva anche un neonato in braccio ed era francese, è stata trattata peggio. Ha fatto notare che sarebbe partita da Venezia verso un’altra destinazione e che aveva necessità di sapere quale indirizzo sarebbe stato più opportuno dare. Quella ha risposto, in inglese, che la loro non è una società di spedizioni e che non mandano il bagaglio dove pare ai passeggeri. Allora, vediamo di capirci: le avete perso il bagaglio, VOI, lo rimandate dopo giorni, lei si deve comprare della roba pulita, a Venezia, con una creatura e senza passeggino, e tu rispondi cosi’?? Ma spero che ti vada a fuoco la casa, che ti scippino sia il cellulare mentre stai chiamando i pompieri sia la borsa con tutti i documenti, che ti prosciughino il conto corrente prima che tu riesca a bloccare la carta di credito e che l’assicurazione ti sia scaduta il giorno prima, cosi’ almeno capisci cosa si prova!! [to be continued]
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