AdV: 23 maggio 2010

Ritorno.
Prendo l’Eurostar da Milano verso Mestre delle 13.35. Mi metto in coda ad una delle macchinette, in quella che mi sembra la più corta (naturalmente si rivelerà essere quella con più imbranati), e mi si accodano delle giovani donne irritanti, dalle vocine acute e fastidiose. Continuano a ripetere che devono andare in Liguria e che una di queste ci deve trovare il fidanzatino. Fanno più rumore di uno stormo di oche in preda al panico. La più saggia (ma è un bel match) dice alla seconda di calmarsi. Intimamente spero che perda il treno, che debba farsi rimborsare il biglietto e che quindi perda anche il successivo e che per questo il fidanzatino la lasci. Mi rendo conto che non diventerò mai santa. Più ci avviciniamo alla meta, più i loro urletti diventano insopportabili. Devo fare un notevole sforzo di volontà per non girarmi e tirare loro il collo. Non diventerò neppure una suora. La saggia rassicura quella isterica, insultando i precedenti avventori: ‘Se non trovi altri sveglioni, ce la puoi fare’. Potrei diventare un killer senza troppi sforzi. Dormo per quasi tutto il viaggio, ma nel dormiveglia sento la conversazione telefonica di una giovane donna che parla con un’amica (?) della vita amorosa della madre. Un diluvio di consigli su come fare con gli uomini, che la ragazza ha prontamente elargito ad una madre lacrimosa e delusa. Se mai dovessi avere un figlio e questo parlasse ad un’amica della mia vita sessuale già sarebbe gravissimo, se poi lo facesse in treno credo che lo prenderei a calci nel didietro da qui all’eternità e che una volta stanca mi comprerei un cane al suo posto. Quando arriviamo a Verona sale una megera che urla per avere il suo posto: ‘Io ho prenotato (E che? Solo lei? È un Eurostar, lo sa?) e non voglio stare in piedi’. Dice questo con il treno semi-vuoto e a degli stranieri, che sulle prime non capiscono. Poi però ha un certo rimorso: ‘Ma si è arrabbiato?’. Veda lei. 
Prendo la coincidenza per Conegliano alle 16.16. Da brava viaggiatrice-chiocciola mi trovo un angolo tranquillo tra un vagone e l’altro e resto quatta quatta. Entra anche un giovane con un cane, il quale mi trova attraente all’inverosimile. Mi si attacca amorevolmente alla gamba e mi annusa le scarpe per bene. Il padrone si scusa e si riscusa. Vorrei dirgli che faccio sempre questo effetto ai cani, ma poi, da brava veneta, non vorrei dare troppa confidenza. Il padrone è un bel ragazzo e quindi non si fa attendere la reazione femminile del vagone. Una giovane intraprendente passa quattro volte (Vescica debole? Alla sua età? Poverina…), scusandosi solo con lui. All’ultimo passaggio prende coraggio: ‘Eh, adesso devo proprio accarezzarlo!’. Il cane, chiaramente. Pubblico di pervertiti. In realtà voleva dire: ‘Mi vedi? Mi hai visto? Sono passata tre volte e sono tre volte che ti sorrido. Adesso accarezzo anche il tuo cane, che neanche mi piacciono i cani e che li annegherei vivi. Anche i cuccioli. Vedi di darmi il tuo numero’. Non funziona. Il cane non la considera (le finte animaliste le sniffano) ed è ipnotizzato dalle mie scarpe. Nel mentre un bambino, dall’interno, preme il viso contro il vetro, urlando: ‘Un bau! Un bau!’. Il cane è nobile e non si scompone. Tutta la mia stima.
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