AdV: 6 maggio 2010

Andata.
Passando sul ponte vedo scorrere un Piave piuttosto impressionante, con tutte quelle increspature e gonfio d’acqua. Non mi inquieto per gli argini, ma per il ponte ed i piloni, quasi centenari. Mi si dirà che il Colosseo è là da quasi duemila anni. Sì, ma lo avevano costruito i Romani. Nel mio vagone c’è un silenzio surreale, interrotto solo dal rumore del treno, ritmico ed ipnotico. Forse la colpa è del tempo, che rende tutti un po’ malinconici e poco inclini a discorsi frivoli, ma piuttosto a quelli esistenziali ed intimi. Talmente intimi che nessuno si esprime. Una ragazza seduta davanti a me sta armeggiando con uno specchietto. L’ho già detto e qui lo ribadisco: sono tanti quelli che prendono il treno per il proprio bagno di casa loro. Il lato positivo è che non ho ancora visto nessuno passarsi il filo interdentale o radersi le ascelle. Questo mi fa pensare (associazioni di idee) al fatto che, per guardare un film su un campione di golf di cui non ricordo minimamente il nome, sono andata a letto verso le due del mattino. Il risultato è il seguente:
  1. Non so come sia finito il film, che guardavo per la presenza inestimabile di Matt Dammon. 
  2. Non ricordo neanche perché sto andando a Venezia. 
  3. Non riesco a leggere, vibrazioni ferroviarie a parte, perché fatico a tenere gli occhi aperti. 
  4. Mi sono sorpresa a sbavicchiare e ciondolare per tutto il viaggio. Una mancanza di professionalità intollerabile ed uno spettacolo penoso. 

Ritorno:

Prendo il treno delle 15.18. Mentre mi reco al binario colpisce la mia attenzione un uomo distinto che corre sulle punte. Come una ballerina. Forse era un famoso coreografo? Mi resterà il dubbio. Finisco la sigaretta prima di salire e mi chiedo perché la gente si ostini ad usare il posacenere come un cestino normale e ad ignorare la sua funzione primaria. Un mondo di ribelli. Il problema è che poi, tra un succo di frutta, una buccia di banana e fazzoletti sporchi, io il mozzicone non so proprio dove metterlo. Sono psicorigida, ma ci sto lavorando. Mi sfilano di fianco delle turiste semi nude, che saranno anche un bel vedere, ma mi lasciano perplessa. Io indosso, nell’ordine: una maglietta con le maniche corte (quella della salute), una maglia con le maniche lunghe, un giubbotto in pelle ed ho quasi un filino di freddo. Queste donne devono avere uno spirito di sacrificio molto sviluppato o alla nascita le dotano di resistenze sottocutanee. Le invidio: avrei più spazio nell’armadio. 
Scorgo una scolaresca ad ore 9 mentre cerco, con perizia certosina, di incastrare il mozzicone nel posacenere. Decido di rifugiarmi in un vagone diametralmente opposto e mi siedo in solitaria cercando un po’ di tranquillità, ma cominciamo male: una ragazza dall’altra parte del corridoio ride da sola. Sguaiatamente. Poco lontano ci sono due universitari al primo anno o due studenti delle superiori che non si sono ancora iscritti. Le banalità si sprecano, ma si vede a chilometri che lui ci sta provando con lei, la quale ha fatto il bagno nel profumo. Tra poco il macchinista verrà a chiederle di scendere. Capto alcuni brandelli di conversazione: «Sì, ma giapponese si sa è difficile. Conosco una (mio cugino conosce uno che conosce una che è stata morsa da un boa, l’hanno ucciso e dentro c’era la testa mozzata di suo zio che era scomparso dall’84) che l’ha rifatto (sostenuto, no?) tre volte…[—] Sì, ma ripete sempre lo stesso programma, le stesse cose…». Va bene l’evoluzione della lingua, ma non è che il giapponese cambi da un anno all’altro, eh? Il giovane è impietoso: «Non dico che non abbia fatto niente, ma si vede che è raccomandata.». Suppongo abbia una ‘R’ tatuata in fronte. Mi distraggo per due fatali minuti e mi rendo conto che hanno cambiato argomento. Comincio a dubitare della mia professionalità. « Questa facoltà (?) non l’avrei mai fatta, servono troppe raccomandazioni. Io sono contro, non mi interessa.». Un uomo di sani principi oppure, più semplicemente, uno che non conosce nessuno di importante.
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