AdV: 4 maggio 2010

Andata
Ho un po’ di paura mentre scelgo il treno perchè temo di ritrovarmi una creatura sulle ginocchia. Salgo a Susegana alle 08.38, ma prima di sedermi controllo che non ci siano bambini. Nessun essere vivente al di sotto dei diciotto anni all’orizzonte. Qualcosa mi dice che non durerà, ma voglio crederci lo stesso. A Treviso sento delle vocine acute provenire dal fondo del vagone. Capisco subito di cosa si tratta: bestioline a ore dodici. ‘Sopra o sotto?’ chiedono eccitati. ‘Sopra! Sopra! Sopra!’ mi verrebbe da gridare. Puntuali come la morte e le tasse, non solo si mettono sotto, ma anche di fianco e dietro di me. Sono circondata. In fondo sono solo bambini, della sottospecie elementare. Non ci sento più da un orecchio, ma sono solo bambini. Le maestre invece meritavano un premio tutto loro. Conto due maestre, le quali parlano del più e del meno da un posto all’altro (in linea d’aria un cinque metri, ma devono sovrastare le urla): ‘Eh, l’abbiamo preso giusti giusti, eh?’, dice una. L’altra la informa: ‘Sì, era cinque minuti in ritardo, per fortuna!’. ‘Ah! Era scritto sul biglietto?’. Sì, signora, insieme ai nomi di tutti i passeggeri e ai numeri del Lotto di domani.
Mentre i bambini mostrano le foto della Prima Comunione (davvero) e si fa un gran parlare di chiese e parenti, sento la domanda di una delle due: ‘Come si chiamava Garibaldi? Stefano? Giacomo?’. La seconda risponde prontamente. Meno male. Alzo gli occhi e mi rendo conto che sono accerchiata da bambine, che trascrivono un numero di telefono, mostrato (non dettato) da una delle due maggiorenni. Ho un attimo di smarrimento. Nel mentre arriva il controllore, che chiede un po’ di silenzio, che dura giusto il tempo di fargli cambiare carrozza. Vedo che tutti i passeggeri sono schiacciati verso il lato opposto rispetto al nostro. Preferiscono restare in piedi pur di non sedersi vicino a noi. Li capisco. Decido che anch’io non ne posso più. Sembriamo tutti ai blocchi di partenza. Mi guardo attorno e vedo un giovane, vestito da ‘uomo che non deve chiedere mai’: jeans sdrucito con cavallo basso rimboccato in scarpe da ginnastica di una marca nota; giubbotto da ‘vivo per strada’; kefia palestinese (abbinata o è davvero una presa di posizione?); capelli da emo e cuffiette con musica metal al massimo. Ora, uno fa quello che vuole, e la coerenza non è per forza di questo Mondo, ma uno vestito così non può essere attorniato da una nuvola di borotalco. L’effetto è assurdo. Il modello ribelle tenebroso, magari anche di poche parole e un po’ allergico all’acqua, funziona sempre. Il borotalco invece, che lo si voglia o no, ricorda i neonati. Delle due cose l’una: o smette di lavarsi oppure si rotola nel fango quando esce di casa.
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