AdV: 30 aprile 2010

Ritorno
Prendo il treno delle 12.35, arrivando con larghissimo anticipo. Essendo già indicato il binario, mi siedo a metà aspettando che arrivi il treno. Mi si affiancano alcune persone, che cominciano a fare uno spuntino con bibite e panini. Si irradia nell’aria un accattivante odore di cibo e io penso alla possibilità di dar loro una botta in testa, rubare il panino e mangiarmelo da qualche parte. Il mio tesssoro… Decido che sono troppi, che la refurtiva non vale lo sforzo, che non ho voglia di alzarmi per percorrere tutta quella strada e che tanto quel panino è acerbo. Quando entro nella mia carrozza il treno è vuoto, quando parte viene accesa l’aria condizionata. Temperatura esterna 25°, temperatura interna 15°. Mi chiedo: secondo loro, io, con il caldo che faceva fuori, sarei dovuta uscire di casa con sciarpa e cappotto? Stando fermi, poi, si sa, si sente sempre meno freddo. Cerco di pensare ad altro. Mi sveglio e mi appisolo a intervalli regolari. Impossibile dormire seriamente perché il treno fa un rumore tremendo. I miei vicini, due americani, desistono dal parlarsi perché a mezzo metro di distanza fanno fatica a sentirsi. Tra una stazione e l’altra riesco comunque a sentire brandelli di una conversazione tra almeno due ragazze. Una di loro ha perso il portafoglio e cerca di rincuorarsi come può: ‘Eh, vabbé, la patente tanto la usavo poco.’. Sarà magra come consolazione, ma ci si attacca a tutto.
Scendo dall’Eurostar intirizzita e noto una folla oceanica. Quando arriva il regionale, sono preoccupata di non riuscire neppure a salire. Il treno delle 15.16 è puntualissimo. Cerco un posto riparato, anche se ci sono degli odori terribili. Fortunatamente fumo e sento poco. Tre giovani, probabilmente sui tredici / sedici anni al massimo, sono l’anima di un vagone stracolmo. L’unico maschio è taciturno, mentre le altre due compensano ampiamente. Ho capito immediatamente che il giovane non prendeva la parola per decenza. Le giovani invece erano quasi grottesche: tre bestemmie, due parolacce ed una parola di senso compiuto. Facevo fatica a seguire il discorso, con tutti quegli intercalari. Non sono riuscita a capire neppure perché una signora fosse scesa a Treviso urlando una cosa del tipo: ‘Io sono di Treviso! Abito qui da una vita! Adesso chiamo i Carabinieri!’. E io non so perché. Ecchecavolo! Sicuramente mi sono persa una scena bellissima e l’arrivo dei Carabinieri.
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