AdV: 28 aprile 2010

Andata

Dovevo prendere il treno delle 14.03, invece riesco a salire su quello delle 13.35, correndo come una pazza, con tanto di valigia e biglietto da obliterare. Applausi. Trovo posto a sedere e infilo la valigia tra una coppia di sedili e l’altra. Quando rialzo lo sguardo, incrocio quello di due ragazzine, che mi fissano da dietro l’immancabile occhiale-mosca. Forse accucciandomi hanno visto parte del mio deretano e sono rimaste per questo a bocca aperta. Spettacolo penoso. E invece no. Non che non sia uno spettacolo penoso, s’intende, ma non hanno visto niente perché poi, una volta arrivata, ho fatto le prove davanti allo specchio. Durante il viaggio, mentre leggo, sento la conversazione di un paio, forse tre, ragazzi delle superiori, nella tratta tra Lancenigo e Mogliano. Parlano in inglese: «How old are you?» dice uno. Ma non hanno la stessa età? Non sono in classe insieme? «». Non capisco. «You are young!» esclama il primo. «Forever young!», insiste il secondo. L’importante è crederci. Devo scendere a Mestre e un paio di turiste (tedesche?) si preparano come me alla discesa. Parlottano tra loro e un signore tenta di attaccare bottone prima in tedesco (non capisco), poi in inglese (capisco, ma a ben guardare preferivo ignorare): «Siete qui in vacanza?» chiede lui. «Si» risponde una, mentre l’altra aggiunge «Spero!» (risatine corali) «Ah, per questo ridete?» (risatine e cenni del capo) «Altrimenti piangereste!». Silenzio inquietante.
Mentre aspetto di prendere la coincidenza per Milano, sul marciapiede un bambino gioca a rincorrere i piccioni. La caccia al piccione. Il piccione nelle stazioni è una sorta di attrazione turistica perché ce ne sono di tante categorie: quello spennato, quello senza artigli, quello che si fionda su qualunque cosa si stia mangiando o anche solo scartando, quello che amoreggia, quella che non fila nessuno, ecc. Il mio preferito è il piccione lebbroso, ossia quello che è malato, sommariamente spiumato, cammina sui moncherini e ha bisogno di affetto. Io non ne ho, che si rassegnino. Cerco di concentrarmi su altro, ma non riesco neppure a pensare. Il ripetitivo passaggio di messaggi pubblicitari sui monitor è irritante. A mio avviso, ottengono l’effetto contrario: non lo comprerò mai e non lo voglio più sentir nominare. Oltretutto ricordo a memoria le parole, ma non il nome del prodotto. Qualcuno lo dica ai pubblicitari.
Quando salgo nell’Eurostar delle 15.02 mi arriva una zaffata di detergente. Per essere pulito, il posto è sicuramente pulito e lo si vede anche dalle chiazze di bagnato per terra. Ovviamente il vagone è vuoto, ma il mio posto è inesorabilmente occupato. Sospiro e mi siedo a caso, tanto c’è posto. Un po’ di pace. Per due minuti. Una ragazza (spagnola?) mi chiede di spostare cortesemente la valigia perché vorrebbe metterci il suo contrabbasso. Sono impressionata dalla mole. L’amore per la musica non ha limiti. Mentre sto per spostare la valigia un signore mi informa che ho occupato il suo posto. Reclamo quindi il mio perché di certo non posso fare una via crucis da qui a Milano. L’occupante, una turista orientale, in inglese mi spiega che vorrebbe stare vicino al suo amico / fidanzato. Ottimo. Chi sono io per dividere una coppia felice? Peccato che il posto sia quello di mezzo tra due sedili e senza braccioli. Mi auto-convinco del fatto che, visto che il treno è davvero semivuoto, per la legge delle probabilità, è difficile che abbiano venduto il posto esterno dei tre, lasciandone altri vuoti. Mi siedo quindi esternamente. A Vicenza sale una signora che mi fissa perché ho evidentemente occupato il suo sedile. Anche lei si siede a caso, sospirando: ‘Vabbé, per ora mi sistemo qui!’. Meno male. Vorrei sapere in base a quale principio se si acquistano due posti si ha la matematica certezza che non saranno contigui. Il programma informatico delle FS deve essere un sadico senza amici.
Il mio vicino, il signore di prima, è un pittore (o uno scultore) con tanto di basco e calzino bianco. Cerco di sbirciare le sue opere, ma mi dovrei girare completamente e non vorrei che mi scoprisse a curiosare (metaforicamente). Scopro anche un’altra categoria di viaggiatore: quello senza biglietto che percorre il vagone fingendosi occupato e parlando al telefono. Purtroppo per lui non funziona, però l’idea era buona. Andiamo in bagno. Anzi no. Rinuncio perché è indecente e siamo solo tra Vicenza e Desenzano. Il vagone è semivuoto e ho visto solo una ragazza andare in bagno. Non serve chiamare il RIS di Parma per conoscere il colpevole. Comincio davvero a credere nell’equivalenza: eleganza e accuratezza nel vestire = mancanza totale di igiene.
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