AdV: 27 aprile 2010

Andata

Mentre aspetto il solito treno per Venezia, osservo la gente. Davanti a me un signore estremamente fine si soffia il naso senza fazzoletto. Ricaduta sui binari. Di prima mattina non è un bel vedere. Nessuno batte ciglio. Le cose sono due: o sono tutti ancora nella fase REM oppure ci si abitua davvero a tutto. Una volta mi si è seduta di fronte una donna che si limava le unghie, si metteva lo smalto e si truccava. Complimenti perché io avrei sbavato di qua e di là, senza ritegno. Un’altra volta un signore aveva deciso di tagliarsi le unghie in treno con il tronchesino. L’ultima è stata una ragazza, che doveva incontrare il fidanzato / marito (come ho visto dopo), e che ha pensato bene di lavarsi i denti. Fin qui, niente da dire. Precisa era precisa: spazzolava, beveva, sputava, spazzolava, beveva e sputava. Peccato che l’acqua fosse sempre la stessa. Io, nei panni del fidanzato, avrei voluto sapere se quell’acqua era servita anche a qualcos’altro. Qualcuno dica loro che le stesse cose si possono fare anche a casa, in una stanza familiarmente chiamata bagno, senza che sia necessario un pubblico. Altrimenti c’è sempre l’amico chewing-gum…

Oggi ho compagnia, quindi passo il tempo a parlare. Salta agli occhi tuttavia una giovane donna che deve aver messo i jeans della sorellina, tanto sono attillati. Temo cada per terra svenuta, poi spero non lo faccia sui binari perché siamo in orario. Sale in treno e mi rendo conto che le si vede distintamente una parte cospicua del sedere. Un tocco di finezza. La cosa curiosa è che queste donne cercano di essere seducenti, ottenendo l’esatto contrario. La giovane è in buona compagnia, visto che sono tornati di moda gli orrendi e odiatissimi (da me) fuseaux, adesso ribattezzati leggins. Il mio compagno di viaggio si chiede che tipo di microclima ci sia lì sotto. Don’t ask. Meglio mantenere un po’ di mistero.

Ritorno

Prendo il treno delle 17.04. Due giovani davanti a me si sbaciucchiano teneramente. Ah, la primavera! Scopro che fanno parte di una scolaresca delle superiori. Domani hanno cinque (?!) interrogazioni. Dall’altra parte del corridoio chiedono cosa si debba studiare per l’interrogazione di italiano. La risposta di uno dei due fidanzati è: ‘Abbiamo letto degli estratti dei “Rusteghi”. Tu basta che leggi le schede.’. Mi chiedo perché l’insegnante abbia perso tutto quel tempo inutilmente, se tanto c’erano le schede. Evinco dalla conversazione che sono andati a vedere la casa di Goldoni. Invece della solita Basilica di San Marco e dei musei annessi e connessi, mi sembra un’idea alternativa. Dall’altra parte del corridoio, la solita voce chiede alcune delucidazioni: ‘Ma di chi era il palazzo che abbiamo visto?’. Appunto. Riparlano delle interrogazioni e si lamentano del fatto che alcuni compagni (evidentemente non abbastanza vicini da sentire) si sono ritirati all’ultimo minuto (i vigliacchi!) dalle interrogazioni programmate. Mi ricorda quando andavo io al Liceo. Mi alzo, recupero le mie cose e aspetto in piedi di uscire. Sono all’altezza di alcuni sedili, quando mi sento osservata. Paranoia? No, effettivamente due ragazzine (del gruppo di prima?) mi guardano e si danno di gomito, sghignazzando. Fisso prima l’una, poi l’altra. Imbarazzo, il loro. Lo rifanno. Stesso teatrino: le fisso di nuovo, stavolta con più insistenza. Rossore generale. In altre occasioni avrei chiesto una cosa del tipo: ‘Qualche problema? Ti ricordo tua madre? Assomiglio a qualcuno? Ho due teste?’, ma sono stanca di essere aggressiva e soprattutto non ho voglia di litigare. So già cosa avrebbero risposto: ‘Chiii? Noooi? Ma fiiiguuuuurati!’. Mentono tutti. È anche vero che sono paranoica e visto che passo il tempo a osservare la gente, penso che anche gli altri facciano lo stesso. Scendo pensando di aver qualcosa di particolarmente ridicolo. La patta aperta? No. I capelli? No. Ho lasciato la bottiglietta aperta e cola l’acqua dalla borsa? Mi è già capitato un paio di volte. Infatti adesso la chiudo in un sacchetto, che infilo in un altro sacchetto, all’interno di una borsa che avvolge il tutto. Non è neppure questo. So di non essere in ciabatte e non mi resta che l’insalata tra i denti, ma non ho aperto bocca. Ho finito le possibilità. Mi convinco che mi trovassero particolarmente bella. L’importante è crederci.

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