AdV : 18 aprile 2010

Ritorno:

Treno Eurostar delle 13.35 da Milano, coincidenza a Mestre alle 16.16, direzione Conegliano. Caos nella stazione di Milano per la cancellazione dei voli e la chiusura degli aeroporti, a causa di un vulcano islandese (nome impronunciabile ed irrilevante), che ha coperto mezza Europa con una nube nera. Se non si vola la gente si deve muovere comunque, ergo assalto ai treni. Anche se alcune persone impazienti di riabbracciare i propri cari hanno avuto l’idea di pagarsi un taxi o di noleggiare un pulmino per rientrare. È proprio vero che gli italiani alla famiglia ci tengono.
Arrivo in stazione con un certo anticipo, ma non è sufficiente a permettermi di prendere il treno che avevo stabilito. Mentre aspetto in coda davanti alle macchinette per fare il biglietto (non saprei come altro chiamarle, ma di sicuro avranno un nome ben preciso), continuano a passare messaggi inquietanti di treni completi. Devo dire che comincio ad agitarmi. Soprattutto perché penso al risotto con le quaglie che mi sto perdendo stando qui in coda. Varia umanità è imbestialita per l’incapacità del prossimo di fare un biglietto in tempi rapidi. D’altra parte quando poi è il loro turno, i tempi diventano biblici. Tutte occasioni sprecate per fare bella figura standosene zitti. Una ragazza romana dietro di me chiede cosa sia un’obliteratrice a dei conoscenti. Uno di loro, con supponenza, risponde: ‘Quella per stampare i biglietti.’. Tecnicamente, non fa una piega, ma crea confusione: ‘Come per stampare?’ dice quella ‘Ma guarda! È rotta! Perché facciamo la fila?’. Mi viene da piangere. Alla fine impiego mezz’ora per fare il biglietto: ventinove minuti di attesa e, non per vantarmi, un minuto per farlo fisicamente, usando anche il bancomat. Dovrei provare a entrare nel Guiness dei Primati. Il treno precedente è perso in ogni caso e ne prenderò uno tra un’ora e mezza. Mentre fumo una sigaretta tra i binari chiamo qualcuno per fare due chiacchiere. Lui invece propone di venire a farmi compagnia e ci diamo appuntamento davanti alla saletta Club Eurostar. Mentre aspetto varie persone tentano di entrare nella suddetta, per la quale è necessaria una tessera speciale. L’attrazione per questa sala, visibile in tutto il suo splendore da ogni dove, visto che l’hanno circondata di vetrate, sembra una luce verso la quale si dirigono tutti i poveri passeggeri-zanzare, che poi sbattono contro la porta automatica inesorabilmente chiusa. Per fortuna l’esperienza non è mortale, ma lo stupore della gente è legittimo. Non si capisce di cosa si tratti finché non ci si va a sbattere. Sembra una normale sala d’attesa, anche se il fatto che sia semivuota dovrebbe essere un po’ sospetto ed un indizio che qualcosa non va. Certo che un cartello più piccolo era davvero difficile farlo. Forse le FS avevano finito la carta. L’episodio più spassoso, per me almeno, è quello di una turista francese, la quale, a maggior ragione, non capisce dove sia la sala d’attesa. Si rassicuri, non è colpa sua, la sala d’attesa per il popolino non c’è. La stanno ristrutturando? Probabilmente ci stanno affrescando ex-novo una copia della Cappella Sistina visto che è chiusa da un pezzo. Mi diranno poi  (ma non ho verificato) che la sala d’aspetto per il resto del Mondo proprio non è prevista. La francese chiede informazioni ad un uomo, possessore di tessera, che le spiega che ci vuole una ‘card’. Il discorso fila, ma non per la turista, la quale estrae la sua carta di credito e tenta, inutilmente, di aprire le porte. Prima di usare un piede di porco, si decide per una soluzione meno invasiva e riesce ad entrare comunque: in coda al signore di prima.
In anticipo sull’orario, salgo nell’Eurostar. Dall’altra parte del corridoio una signora italiana comunica con due canadesi: lei in italiano, loro in inglese. Parlando dei nipotini, si scambiano foto e sorrisi, conditi da risatine. Perché no? Anzi, why not? In seguito arriva il carrello del minibar e le due turiste canadesi chiedono due cappuccini. Il cameriere (non saprei come altro chiamarlo), di origini campane, si indispettisce, ma rimane cortese con le due, nonostante queste lo accusino di gonfiare i prezzi. Stereotipi d’oltreatlantico. Scendo a Mestre e salgo sul regionale delle 16.16 per Conegliano. Una scena tipica: nessuno vuole lasciar scendere le persone che sono arrivate a destinazione prima di salire a loro volta, causando il solito, banale e irritante ingorgo davanti alle porte. Questa volta però c’è anche l’handicap, come direbbero su un campo da golf: un signore enorme si è seduto sul sedile retrattile (detto anche strapuntino) dal lato della discesa. Proporrei un applauso o un linciaggio generale, ma viste le dimensioni dell’uomo, desisto. Dal treno vedo che la strada che deve percorrere mio padre per venirmi a prendere è completamente coperta di pecore. Un enorme gregge. Un mare di pecore. Penso che arriverà con molta calma. Scendo dal treno, esco dalla stazione e ci trovo il mercato. Di domenica?? Penso che mio padre arriverà con molta più calma del previsto.
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