AdV: 15 aprile 2010

Andata :
Ero sul treno delle 08.23 da Conegliano verso Venezia, treno normalmente e colloquialmente ribattezzato ‘treno della speranza’ in quanto di solito composto da due carrozze trainate da una locomotiva a gasolio, proveniente da Belluno e con arredamento concepito come minimo negli anni 50. Lo dico con ottimismo. Arriva invece, incredibilmente, un treno non nuovo, ma dignitoso, mediamente pulito. Grande sorpresa generale. Grande disappunto generale quando il treno si rivela stracolmo e colonizzato da piccole bestioline alle quali normalmente diamo il nome di bambini. Probabilmente appartenenti alla specie delle scuole medie. Ma partiamo da più lontano. Al mio arrivo in stazione il treno, per il quale ero arrivata incredibilmente in anticipo, si rivela (sorpresa, sorpresa!) in ritardo di dieci minuti. Tiepida protesta del popolino che ormai non si scompone per meno di trenta minuti, e sbuffi appena percettibili. C’è di peggio. In piedi, ad aspettare, lo sguardo si posa sui vicini, non troppo però perché altrimenti si possono infastidire. Fissare le persone non è mai una buona cosa, soprattutto per la propria salute. Al giorno d’oggi la gente è particolarmente suscettibile. Sguardo itinerante, che si posa a destra e a manca, per soffermarsi poi su una donna sapientemente vestita ed abbinata quanto sporca. Nonostante la lontananza, l’unto dei capelli è una certezza. Tanta cura per l’abbigliamento e poi tanta trascuratezza per le cose fondamentali. La mia sorpresa aumenta alla vista della di lei amica che arriva trafelata. Gli amici si scelgono; infatti l’amica è unta quanto la prima, ma con il capello raccolto. Arriva il treno e si cerca un posto, uno qualunque. Pochi hanno fortuna, ma la gente vuole sempre essere in movimento e passeggia dalla coda alla testa del treno, scavalcando quelli che si sono rassegnati ad un posto in piedi e credendo che percorrendolo più volte esso si allunghi. Con i treni questo non funziona. Qualcuno dovrebbe informarli che è così, ma tant’è. In piedi cerco un posto che mi permetta di non cadere alla prima frenata e di non rompermi un femore, se non è strettamente necessario. Trovato. E trovate pure due deliziose giovani donne, eccitate per il loro primo esame all’Università (siamo ad aprile e mi domando cosa abbiano fatto fino ad ora), vestite come se dovessero andare ad un matrimonio e truccate per uscire a ballare. Per distrarre il nemico dovrebbe funzionare. Ha distratto me, di certo. Commento delle due sull’assenza di linea di una bambina ingozzata come un pollo da genitori troppo amorevoli. Delicate e deliziose. Evidentemente la mancanza di cibo (visibile dai volti scavati) uccide i neuroni della buona educazione o spinge a credere che il resto del mondo sia sordo. Patetico. Ascolto un po’ di musica nella speranza che possa evitarmi lo squallore di certi discorsi. Nel gruppo di sedili davanti a me, tre bambine ridono e scherzano fra di loro. I corrispettivi maschi giocano tutti con la Nintendo DS (o come si chiama). Assenza di comunicazione, idillio dell’autismo. Meglio i discorsi delle due giovani donne, almeno utilizzano l’unica cosa che ci differenzia dagli animali. A sproposito magari, ma preferibile all’atmosfera da film di Antonioni. Il regno dell’incomunicabilità. Triste. Arriviamo a Treviso e guadagno un posto a sedere. Apro il mio solito libro (sempre quello, ma ora sono alla parte con meno immagini e comunque di fianco a me c’è una donna adulta, che al limite prenderà appunti), tento di leggere, ma la voce dei ragazzini è più forte e sovrana. Mi interesso ai discorsi, di una certa profondità. Parlano di cellulari e poi del gioco che stanno facendo tutti quanti, anche quelli dall’altra parte del corridoio. Un gioco di massa individuale. Curioso. Uno di loro decide di scattare qualche foto alle amichette in fondo, gridolini delle suddette, scambio di improperi. Il solito insomma. Sono carini e lo dico davvero. Finalmente si parlano e mi sembra una conquista. Poi uno di loro dice una frase che sembra uscita da Law and Order : «Mi stai facendo delle foto illegali, se continui ti denuncio per violazione della privacy! Prof, viola (il fiore?) la mia privacy! Voglio 60.000 euro!». Modesto. C’è da riflettere e c’è di peggio. La Prof è presa in giro, le fanno il verso e non ha alcuna autorità. Non ci si attacca alle parole, ma ‘Prof’ lo dici a tua sorella. Lo stesso mi pesta un piede tre volte (che porti bene?), discutendo animatamente. Lo guardo. Neanche mi considera. Beata innocenza! Decido che con l’antropologia per oggi può bastare e che è meglio avvicinarmi all’uscita. Rifletto su un paio di cose, nell’incedere verso la porta: la prima è la mancanza di educazione, la seconda l’aggressività gratuita ed infine che devo trovare il modo di eliminare i segni di scarpa da ginnastica che non sono proprio chic.
Ritorno :
Treno delle 18.18 da Venezia verso Susegana. Arrivo da sola in stazione, mentre le due mie accompagnatrici mi hanno distanziato da un pezzo, correndo come delle gazzelle verso il treno per Bologna delle 18.23. Arrivo in tempo per salire sul regionale delle 18.18, in coda, per paura di perderlo. Potevo prendermi un caffè e due tartine, mangiarle, fare due passi e ritornare con calma al treno. Il tempo passa, infatti, e non si muove foglia. Panico delle giovani donne al mio fianco, che decidono di scendere e di prendere quello delle 18.43 per Conegliano. Le guardo perplessa. Reazione a catena: altre persone si guardano in giro, si affacciano dal treno per cercare una divisa nota e calcolano la distanza da percorrere nel caso il nostro treno fosse soppresso. Distanza minima visto che si trova sullo stesso marciapiede. Tutti ai blocchi di partenza, ché non si sa mai. Tutta questa agitazione non la capisco e continuo a mandare messaggi a destra e a manca, per passare il tempo. Non ho voglia di leggere. Ho letto tutto il giorno. Rientro delle tre giovani donne e dei topolini che si erano portati fuori. Il treno parte con quindici minuti di ritardo. Mi guardo un po’ in giro e noto la giovane davanti a me, che indossa vistosi occhiali da sole. Ecco una cosa che non ho mai capito: perché usare gli occhiali da sole se siamo in un vagone a due piani, lato corridoio ed il sole è una fessura all’orizzonte? Certe cose mi sfuggono. Ma proprio mi sfuggono. Soprattutto perché a Treviso la giovane si sposta nei posti lasciati vuoti, dove batte il famoso filino di luce, e toglie gli occhiali da sole. Ma come? Proprio adesso che servivano? La chiave di lettura sta chiaramente nel mimetismo animale. La giovane tentava di nascondersi dagli astanti che invadevano il suo spazio. Quello che non ha considerato è che, essendo molto più vistosa così, ottiene esattamente il contrario dell’effetto desiderato. A meno che non volesse incuriosire i maschi del vagone con un alone di mistero.

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